oltre l'orizzonte

Ultimo aggiornamento: 05/08/2007




 

L’altro Afganistan

 

Nel suo ultimo libro, Buskashì (ed. Feltrinelli), Gino Strada, fondatore di Emergency, racconta dell’attacco americano all’Afganistan visto dall’interno, dei tanti morti civili di cui nessuno ha parlato, che di solito sono definiti "effetti collaterali", delle peripezie sue e del suo gruppo per raggiungere l’ospedale di Emergency a Kabul, unici a voler entrare in Afganistan, mentre gli altri gruppi umanitari lo abbandonavano.

Ecco alcune sue riflessioni sulla guerra.

"Come si sta a viverla? Che cosa si pensa, quando la si vive? Che cosa si prova dentro la guerra? Quali miserie, quali angosce, come si trema durante la guerra?

Proviamo a guardare alla realtà di chi ne viene coinvolto, proviamo a passare il confine. Proviamoci. Non dico a sperimentare la guerra sulla nostra pelle - non sono così masochista – ma almeno a cercare di capire la guerra.

Cominciamo ad ascoltarne le storie, che sono storie di uomini, le nostre storie. Credo che conoscerle sarebbe sufficiente, a quasi tutti noi, per cambiare idea sulla guerra.

Proviamoci. Dopo, forse, potremo parlare di guerra a buon diritto, e quasi certamente ne parleremo in modo diverso.

Fare propria, rispettare l’esperienza degli altri, quello che stanno provando, non ignorarla solo perché riguarda "altri" anziché noi stessi.

Perché se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti.

Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi".

Intanto, proprio in questi giorni si sta cercando di stringere i tempi per dare l’avvio ad un’altra guerra, quella contro l’Irak.

(Questo articolo è apparso anche su: www.peacelink.it  e  www.girodivite.it ).

No alla guerra

Il diritto ad essere diversi. La diversità come frutto della tolleranza e dell'accettazione dell'altro. E' il rifiutare questo diritto a tutti coloro che ci sembrano non rispettare i nostri parametri a condurre verso la guerra.

E' un tema troppo sfruttato di questi tempi, ma non se ne parlerà mai abbastanza finché le guerre continueranno ad essere combattute. Finché continueremo a credere che c'è un mondo di sapienti, che possiedono la verità, ed uno di ignoranti, che devono essere  "educati" alla nostra sapienza, con le buone o con le cattive.

Questo tema  ci tocca da vicino, visto che anche  l'Italia è in guerra, sebbene   si cerchi di nasconderlo dietro la maschera dell'aiuto a chi è in difficoltà. Il vero aiuto sarebbe quello di fermarsi a riflettere sull'assurdità della guerra come mezzo per risolvere i conflitti e cominciare a convincersi che è la tolleranza verso chi non la pensa come noi la vera soluzione di ogni conflitto. Una soluzione più complessa di quella di uccidere, perché ci costringere a lottare con noi stessi, con le nostre convinzioni e l'ostilità che proviamo per chi è diverso da noi. E' più facile delegare dei soldati a risolvere la faccenda senza coinvolgerci direttamente, così ci sentiamo con le mani pulite.

So che di questi tempi a parlare di pace si rischia di essere accusati di difendere i terroristi, che forse qualcuno non considera più persone; ma nessun atto di terrorismo più giustificare una guerra. Cosa sarebbe accaduto se, dopo l'attentato dell' 11 settembre, l'America avesse risposto col silenzio? Se tutti coloro che hanno gridato alla vendetta, avessero inneggiato alla pace? Sarebbe stato un modo per interrompere la spirale di violenza che invece oggi continua a soffocarci ed avrebbe, almeno per qualche tempo, stroncato i piani dei terroristi che una tale risposta  non credo si aspettassero.

Molto più utili delle mie parole sono quelle che si possono leggere su un libro di recente pubblicazione: "Lettere contro la guerra" di Tiziano Terzani, edito da Longanesi. Vi invito a leggerlo. 

 


No Global

Il mondo dei no-global è variegato e con mille sfaccettature. Mette insieme persone con esperienze diverse e con ideali diversi. Per questo è difficile definirne tutti gli aspetti.

Ma delle idee di base è utile avere conoscenza. Soprattutto per quegli aspetti che riguardano la natura e il modo in cui ce ne prendiamo cura e, elemento ancora più importante, il crescente divario che si sta creando tra i popoli dei paesi più ricchi e di quelli meno ricchi.

Di questi temi si occupa un libro che vale la pena leggere: NO GLOBAL - Gli inganni della globalizzazione sulla povertà sull'ambiente e sul debito, edito da Zelig.

Ne sono curatori quattro giornalisti, che hanno raccolto i pareri di persone diverse, esperte dei vari argomenti trattati. Ne viene fuori un quadro non proprio positivo del nostro modo di vivere e di prenderci cura della terra e dei nostri simili.

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In ricordo della Shoah

    Il 27 gennaio viene ricordata in tutto il mondo la Shoah, cioè il genocidio degli ebrei nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Un evento terribile che, giustamente, non bisogna dimenticare. 

    Nel corso degli anni che ci separano da quell'orrore, sono stati pubblicati molti libri sull'argomento; di questi penso non si possa fare a meno di ricordare quelli scritti da Primo Levi. Ricordarne uno di essi, I sommersi e i salvati, mi pare che possa avere, in questi giorni in cui più forte si fa sentire lo scontro tra Ebrei e Palestinesi, il significato di un monito a non ripetere gli stessi errori.

    Nel  libro, Primo Levi, descrive il suo senso di colpa per essersi salvato dal lager, dove in tanti hanno perso la vita. Perché, si chiede, a noi è toccato essere tra i salvati, mentre in tanti sono stati sommersi dalla violenza? Egli sente su di se il peso del suo essere scampato, del dover rispondere in qualche modo alla fortuna che ha avuto. Scrivere della sua esperienza diventa allora un modo per non dimenticare i tanti sommersi.

    Due sono le vie offerte a chi è emerso dal buio della persecuzione e del terrore: fare di tutto perché quell'atto di violenza non si ripeta o rispondere ad esso con altra violenza. Dopo tanta sofferenza si desidera che nessuno possa più provarla sulla propria pelle; si scopre che niente vale più del rispetto della persona e della vita: né un confine, né una Tradizione, per quanto lontano possa affondare le sue radici, né una Legge, che perde ogni valore, anche se considerata sacra, se il suo rispetto poggia sul sangue. Dare dignità alla vita, per chi ha sofferto, diventa essenziale.

    Dall'altro lato c'è chi preferisce chiudere gli occhi sulla sofferenza, dimenticare la propria, convertendola in odio contro se stessi e gli altri. Ci si trasforma in bombe viventi, per spezzare la vita di chi si considera nemico; si schiaccia sotto il freddo metallo dei carri armati la vita di donne e bambini solo perché tra essi potrebbe nascondersi il nemico.

Così la storia dei sommersi e dei salvati non ha mai fine. 

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Riflessione

In questi giorni ( 10 novembre 2001) non si fa' altro che parlare di guerra. Forse è bene leggere l'opinione di uno scrittore che ha combattuto per difendere i confini italiani nella Grande Guerra, rimanendone vittima: Renato Serra.


Crediamo pure, per un momento, che gli oppressi saranno vendicati e gli oppressori saranno abbassati; l'esito finale sarà tutta la giustizia e tutto il maggior bene possibile su questa terra. Ma non c'è bene che paghi le lacrime piante invano, il lamento del ferito che è rimasto solo, il dolore del tormentato di cui nessuno ha avuto notizia, il sangue e lo strazio umano che non ha servito a niente. Il bene degli altri, di quelli che restano, non compensa il male, abbandonato senza rimedio nell'eternità.

(Il senso del silenzio - Fara Editore)

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Recensione

Per alzare lo sguardo oltre l'orizzonte della nostra piccola fattoria, i libri sono di grande aiuto. Per questo voglio cominciare consigliando la lettura di un libro: ECOCIDIO di Jeremy Rifkin.

In questo saggio egli ripercorre la storia che ha portato allo sviluppo della nostra civiltà, guardandola sotto il profilo dell'alimentazione. In particolare egli nota come le nazioni considerate più civili e più ricche, siano quelle in cui si ha un maggior consumo di carne. Così questo diventa indice del grado di civiltà raggiunto dai popoli.

Da qui la corsa delle popolazioni più povere a dedicarsi all'allevamento bovino per essere considerate più civili. La conversione della terra a pascolo sottrae risorse che potrebbero fornire cibo agli uomini, giungendo all'assurdo di coltivare cerali per alimentare i bovini e non più le persone e fino al punto da far diventare animali erbivori in carnivori, nutrendoli con scarti animali, con le conseguenze che oggi abbiamo sotto gli occhi.

Rifkin conclude il suo saggio invitando ad una alimentazione vegetariana. Al suo consiglio potremmo affiancare quello di una riduzione del numero di capi allevati, affinché questi possano tornare ad una alimentazione più sana, che possa garantire anche chi ne consuma la carne, ed utilizzare più terra per la coltivazione di alimenti per la sopravvivenza dell'uomo. Anche questo potrebbe servire a vincere la fame.

J.Rifkin - Ecocidio - Mondadori, 2001

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